AUTOTRADUZIONE. TESTI E CONTESTI (Università di Bologna)

Convegno Internazionale

Bologna, 17-19 maggio 2011

Autotraduzione

Testi e contesti

Convegno di studi

Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere Moderne

17-19 maggio 2011

Il problema dell’autotraduzione (self-translation) riscuote sempre più l’interesse degli studiosi di traduttologia. In particolare nell’ultimo decennio gli studi sull’autotraduzione, prima limitati all’opera di singoli scrittori e confinati nel macro-ambito del bilinguismo, di cui l’autotraduzione appariva un marginale corollario, hanno conquistato uno spazio autonomo: ad essa sono stati dedicati numeri monografici di riviste (Quimera 2002, 210; Que-sais-je 2003; In Other Words 2005, 25; Atelier de Traduction 2007, 7), sessioni di studio (per citarne solo un paio: lo Übersetzertag 2008 del Literarisches Colloquium Berlin dedicato alla questione “Cosa succede quando gli scrittori si autotraducono?” o il panel sull’autotraduzione al convegno IATIS del luglio 2009), e la prima, ambiziosa monografia complessiva (Hokenson e Munson, The Bilingual Text. History and Theory of Self-Translation, 2007); un gruppo di ricerca sull’autotraduzione (Autotrad) è inoltre attivo dal 2002 presso l’Università Autonoma di Barcellona.

La svolta è ben riflessa nella Routledge Encyclopedia of Translation Studies. Mentre nella prima edizione (1998) l’estensore della voce “Auto-translation”, Rainier Grutman, affermava che “auto-translation is frowned upon in literary studies. Translation scholars themselves have paid little attention to the phenomenon, perhaps because they thought to be more akin to bilingualism than to translation proper” (p. 17), nella seconda edizione (2009) il medesimo constatava: “once thought to be a marginal phenomenon (…), it has of late received considerable attention in the more culturally inclined provinces of translation studies” (“Self-translation”, p. 257).

In Italia l’attenzione maggiore è stata rivolta ai passaggi tra italiano e dialetti che caratterizzano in particolare il fenomeno della poesia neodialettale, da Pasolini in poi (ma non solo: emblematico il caso di Pirandello autotraduttore dal siciliano), sui quali esistono atti di convegni e monografie, nonché a isolati casi di autotraduzione (di autori italiani, per esempio Ungaretti, o stranieri, come Beckett, al quale è stato dedicato anche un numero monografico di “Testo a Fronte”, 2006, 35), esposti singolarmente o nel contesto della più ampia problematica traduttiva.

Il nostro convegno si propone di superare questa duplice limitazione, affrontando la problematica autotraduttiva in una prospettiva multiculturale e transnazionale e affiancando la riflessione teorica generale sul fenomeno e sulla sua specificità al case-study, indagabile quanto a modi, tempi e motivazioni, nelle sue componenti intrinseche, testuali, così come estrinseche, extratestuali. La potenziale molteplicità di approccio al tema dovrebbe peraltro costituire un’occasione di confronto e di dialogo tra studiosi di discipline diverse, dalle storie letterarie nazionali alla comparatistica, dalla traduttologia alla linguistica (variamente declinata: socio-, psico- etc.), alle filologie, così come ad altri settori delle scienze umane.

Per autotraduzione intendiamo la pratica di tradurre i propri testi in un’altra lingua nonché il prodotto di tale pratica. In termini rigorosi si parla di autotraduzione laddove esista un testo in due lingue composto dallo stesso autore.

Bilinguismo e autotraduzione non sono identificabili: mentre i “semplici” bilingui operano su piani paralleli in una dimensione comunque di volta in volta monolingue (es. Tabucchi scrive in portoghese, ma la traduzione italiana non è fatta da lui), i bilingui autotraduttori scelgono di creare un doppio, un testo esistente in due dimensioni linguistiche e culturali.

D’altro canto, l’autotraduzione non può essere derubricata come variante poco frequentata della traduzione, non solo per l’effettiva rilevanza della pratica autotraduttiva nel corso dei secoli (vd. J. C. Santoyo, Autotraducciones: Una perspectiva histórica,in Meta 2005, 50, pp. 858-867 oppure http://www.erudit.org/revue/META/2005/v50/n3/011601ar.html), ma anche e soprattutto per la sua fondamentale differenza specifica, consistente nel fatto che il testo autotradotto, a differenza di quello eterotradotto, è espressione dell’incontro non con l’Altro-da-sé, ma con l’Altro-di-sé, e si colloca spesso in una dimensione intermedia tra traduzione e scrittura.

Esistono tuttavia casi limite, per i quali si può comunque parlare di autotraduzione, sia pure sui generis: per esempio quando l’autore è coadiuvato – in vari modi e gradi – da una o più figure di traduttori madrelingua (per es. Joyce nella versione italiana di Anna Livia Plurabelle, Gombrowicz nella versione spagnola di Ferdydurke), oppure quando la lingua del colonizzatore appare come l’unico mezzo a disposizione dei colonizzati – di qui testi che possono essere considerati come ‘autotraduzioni in assenza di un originale’: “Muchos autores de paises colonizados no escriben en su lengua materna, sino que lo hacen directamente en la lengua del colonizador. Por este motivo, el original, que pudiéramos pensar que estuviese escrito en su lengua nativa, no existe. Sin embargo, la traducción sí tiene una existencia real” (G.S. Castillo García, La (auto)traducción como mediación entre culturas, 2006, p. 80). Interventi che esplorino simili o altri casi limite sarebbero ben accetti.

Conference Board

Silvia Albertazzi                    Andrea Ceccherelli                Barbara Ivancic          Elisabetta Magni Roberto Mulinacci                 

Alessandro Niero                   Anna Soncini

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